
I MONUMENTI AI CADUTI DI GUERRA: IERI SOLIDI STRUMENTI DI PROPAGANDA, OGGI CANTO DEL CIGNO PER LA POLITICA
di Lorenzo Aquilino
Villabate, Piazza della Regione. Lungo due marmi incastonati in quel muro del Palchetto della Musica che dà sul Corso, scorrono i nomi delle vittime villabatesi della Grande Guerra. Non è una novità, né di Villabate, né dei tempi moderni, la commemorazione a fini di propaganda.
Il conflitto del ’15-’18 ha inghiottito ufficiali, sottoufficiali, civili. E il più delle volte soldati semplici, carni da macello, poi utili come eroi. Per una libertà (termine usato in gran pompa sulle lapidi) che non si capisce dove trovi sostegno. L’Italia non era stata invasa dall’Austria e, in prima istanza, aveva optato per una più felice neutralità.
Tralasciando le obiezioni di merito e il moderno e diffuso disgusto per la retorica patriottarda, resta da parlare dell’artefice di simile linguaggio. E’ la politica, in passato abile nel pizzicare le corde del sentimento patriottico, come fosse chitarra docile all’arpeggio. E la melodia sgorgata, pur insufficiente a lenire i lutti, bastava a corteggiare il comune senso popolare, avvezzo alla retorica, alla guerra.
E la mano che modella le lapidi della Piazza appartiene alla politica del secondo dopoguerra. La politica dei partiti di massa, delle passioni, dei comizi grondanti di gente, di slogan. La politica della partecipazione, delle sezioni, delle ideologie. Tutto vero, ma guai a ricordarlo come il Paese dei Balocchi! Non lo era, eppure oggi, come uno spettro, agita il sonno dei politici dei giorni nostri, figli cadetti di quel mondo che non c’è più.
E l’orizzonte politico odierno, per non arrendersi al tramonto, cerca un suo spiraglio di luce…proprio nella morte. E di materiale non ne manca. Fiumi di cadaveri, provenienti dall’Iraq e dall’Afghanistan, hanno invaso, con la loro piena fatta di nomi comuni, strade e piazze di tutta Italia. Quasi non esistono più paesi o città che non abbiano dedicato uno straccio di asfalto ai caduti di Nassiriya. Se eroi o, più modestamente, vittime, l’hanno deciso le dispute ideologiche, più che il buon senso o la pietà. E la Villabate che non vuol essere eccezione, si accoda alla regola con l’intenzione di destinare, pare, la piazzetta antistante il Comune alla memoria degli “eroi di Nassiriya”. Così si legge sul sito ufficiale del Comune di Villabate, sezione “Comunicati stampa” del novembre 2007.
E nell’attesa del solenne evento, l’Amministrazione ha rifatto il trucco a Piazza Umberto I˚. Di fronte ad un chioschetto giallo paglierino, nuovo ma dalla fin qui dubbia utilità, si leva alto un blocco di marmo, candido ma con venature di grigio. Non vi sono nomi scolpiti, si è fatto di peggio. “Intrepidi accorremmo al richiamo della Patria con un solo credo: più della vita, la libertà”. Ecco le parole in memoria dei caduti villabatesi dei due grandi conflitti del ‘900. Da poco inaugurato, il monumento può già esibire una tipica parolaccia siciliana, tracciata col pennarello da mano ignota. Quasi un cappello sulla testa di un corpo nato storto.
E il corpo della politica, che pure vorrebbe nutrirsi, per sopravvivere a se stessa, dei residui rigurgiti patriottici della gente, rimane vittima dell’indifferenza. Piange del ridicolo scolpito con parole che poco incantano e molto indignano. A cominciare dagli stessi morti. Difficile immaginarli (pur con le dovute eccezioni) scalpitanti di amor di patria sopra il treno per il fronte. Oggi sono privati della normale tragica nudità della loro morte. Quella sì, meritevole di una lapide.
Forse avrebbero gradito essere ricordati come vittime della criminale follia umana. E la politica umana, pur senza follia, ora li reinventa eroi.
Proprio come i morti di Nassiriya. Villabate attende, trepidante, di sapere come saranno ricordati. Anche se possiede già i suoi bravi sospetti…
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