
NICOLA MANDALÀ A NEW YORK DA FRANK CALÌ PER UN AFFARE DI COCA. L'OPERAZIONE "OLD BRIDGE" E I CUCINI ALL'AMERICANA DI COSA NOSTRA
Di Emanuele Minnella
Rapporto sulla visita al Carcere di Parma. Roma, 11 agosto 2006.
“In una delle sezioni speciali riservate ai 41bis, si trova Nicola Mandala. Da un anno e mezzo in isolamento, al momento dell'arresto pesava 90 kg, attualmente ne pesa 60. In carcere gli è stata diagnosticata la sindrome della sella turcica vuota, che gli provoca emicranie continue e lancinanti, che non aveva prima di essere arrestato; i farmaci tipo Aulin non hanno alcun effetto. Attende una visita di un medico di fiducia, prima di assumere gli psicofarmaci che gli sono stati prescritti dalla Direzione sanitaria del carcere. La visita, che aveva richiesto da due mesi, gli è stata autorizzata alcune ore prima del nostro incontro”.
Così Sergio D'Elia e Maurizio Turco, entrambi parlamentari de La Rosa nel Pugno, descrivono la situazione di Mandalà, all'indomani dell'indulto di Mastella.
Difficile immaginare il boss in queste condizioni. Appena tre anni prima era partito per l'America, insieme alla fidanzata e ad altri personaggi tutt'altro che insospettabili.
Di quei viaggi, scopriamo oggi alcune foto che gli inquirenti hanno sequestrato nell'abitazione di un presunto fiancheggiatore, vicino ai boss di Pagliarelli, e delle intercettazioni telefoniche che non lasciano alcun dubbio circa le reali intenzioni di quelle trasferte.
I retroscena della vicenda hanno un nome: “Old Bridge”. Come l'operazione che lo scorso 7 febbraio ha portato all'arresto di circa 90 uomini tra Palermo e New York.
Vecchio ponte, dunque. Il “vecchio” qui è sinonimo di “scappati”, gli esponenti di Cosa Nostra fuggiti negli Stati Uniti dopo la guerra di mafia degli anni '80. Il ponte è, invece, quello che tutte le cosche siciliane avevano intenzione di ricostruire con le famiglie di Nova York.
Dai filo-corleonesi di Nino Rotolo, ai fedelissimi di Totuccio Lo Piccolo, per finire con gli uomini di Provenzano, ciascuno di essi aveva mandato un proprio rappresentante in America per rivolgersi a un certo Frank Calì, boss newyorchese legato ai Gambino e agli Inzerillo.
E proprio da Frank Calì si era fermato Nicola Mandalà, nel suo primo viaggio oltreoceano. Quello del 26 novembre 2003.
Lontano dalla Sicilia, il boss doveva essersi sentito al sicuro. Non poteva certo immaginare che la Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e dal Federal Bureau of Investigation, stesse a spiarlo.
Assieme a Mandalà era partito pure Gianni Nicchi, al momento latitante, figlioccio di Antonino Rotolo, il capomafia di Pagliarelli arrestato nell'ambito dell'operazione Gotha del 2006.
I due sono rimasti a New York fino al 7 dicembre 2003. Al loro rientro, Mandalà, intercettato al cellulare, diceva alla fidanzata: “ho preso due chili di coca... micidiale”.
Scoperto dunque il motivo del viaggio: cinquecento chili di cocaina da smerciare, stando alle dichiarazioni dei pentiti Mario Cusimano e Maurizio Di Gati.
Secondo gli inquirenti, infatti, Cosa Nostra coltivava l'intenzione di rientrare nel traffico illecito di droga. Sta in questo affare la giustificazione dei rapporti con la mafia americana e il rientro in Sicilia, a partire dal 2000, dei cosiddetti scappati, gli Inzerillo.
Favorevole alla “rimpatriata”, Totuccio Lo Piccolo: a confermarlo ci sarebbero una serie di pizzini che il boss aveva mandato a Provenzano, nei quali si evinceva la sua volontà di “garantire per loro”.
Di diverso avviso, invece, Antonino Rotolo che degli americani non si fidava. Così si spiega il fatto che in un secondo viaggio, Rotolo, si rifiuta di mandare nuovamente il suo picciotto, Nicchi.
È il 18 marzo 2004. Questa volta Mandalà è accompagnato da Ezio Fontana e da Nicola Notaro. L'ultimo dei tre, apparentemente il più pulito, con Frank Calì era socio d'affari. Avevano infatti costituito la Haskell International Trading, una società che si era aggiudicata dalla Nestlè l'esclusiva di distribuire in America uno dei marchi italiani più rinomati nel settore alimentare. Le ragioni della visita appaiono le stesse.
Gli investigatori li hanno scoperti. Resta comunque dubbia l'ipotesi che vede agire Mandalà in assoluta autonomia rispetto a Provenzano. Ricordiamo che all'epoca dei fatti, questi gestiva la latitanza del padrino. Quel che è certo è che il boss villabatese, prima di partire, aveva avuto contatti separati e singoli con i capimafia di Passo di Rigano, Boccadifalco e Roccella. Ciò dimostrerebbe, dunque, un accordo tra le diverse famiglie mafiose del capoluogo, per il conseguimento dell'affare. Che Provenzano fosse all'oscuro della vicenda pare, a questo punto, improbabile. Anzi...


